Saperi

Attraverso lunghi processi storici che non sono ancora finiti ci ritroviamo ad oggi una società in cui la cultura ed il sapere non sono valorizzati e hanno perso il loro significato. L’accesso alle conoscenze limitato a pochi, i processi di privatizzazione di scuole e università, i saperi legati al mercato del lavoro, la precarizzazione di docenti e del mondo della produzione cognitiva ci consegnano un modello di società diseguale in cui i saperi sono piegati alla logica della competizione e di una produzione basata sullo sfruttamento.
Limitare l’accesso ai saperi significa disgregare ulteriormente il tessuto sociale abbassando i livelli di discussione e intaccando la partecipazione attiva del cittadino, proprio come sta accadendo nelle nostre scuole. Il processo di destrutturazione del ruolo dei saperi e dei luoghi di formazione è in corso da ormai vent’anni. Tuttavia durante questi ultimi il processo di privatizzazione si è andato consolidando: l’autonomia scolastica è diventata veicolo per l’ingresso di logiche manageriali e aziendalistiche, l’ingresso dei privati oltre a incidere sulla didattica, rende sempre meno accessibili i luoghi della formazione. Il diritto universale all’istruzione viene individualizzato e reso beneficio di coloro che possono permettersi l’accesso a un determinato percorso formativo piuttosto che essere un beneficio fruibile dall’intera collettività. All’interno di questo sistema il sapere vive un processo di mercificazione, la conoscenza prodotta diviene una merce e la messa a valore dei saperi diventa una
leva per produrre profitti, da qui la necessità di operare dei processi di esclusione per rendere la conoscenza uno strumento in mano a pochi e al servizio degli interessi di qualcuno.
Purtroppo spesso delle battaglie sono state perse, e la scuola di oggi è emblematica del processo di mercificazione dei saperi. È una scuola in cui uno studente ha paura di entrare perché sarà schedato per diventare un numero, perché la sua intelligenza non verrà valorizzata ma piuttosto banalizzata da un test a crocette, una scuola dove magari dovrà anche combattere per essere il migliore, arrivare per primo ed essere tra coloro che vanno bene per la società: quelli che hanno imparato ad essere delle macchine, che imparano a memoria senza chiedersi il perché delle cose, che si adattano ad un mondo che va sempre più veloce. Per questo pensiamo che, oltre ad una revisione del metodo, sia necessaria anche una revisione dei programmi. Si può pensare ad una scuola in cui insegnare, ad esempio, il diritto e l’economia, non come dei dogmi ma come strumenti per immaginare un’economia diversa da quella capitalistica attuale, che punti alla conservazione del nostro ambiente piuttosto che degli interessi e dei profitti di pochi; oppure di insegnare la storia del mondo senza accentrarla sull’ Europa o le grandi potenze, ma riuscendo anche a narrarla da punti di vista diversi.
Un altro tassello importante nel processo di mercificazione è stata l’introduzione dell’Apprendistato secondo le modalità delineate nel giugno 2014 dall’accordo interministeriale: la scuola ha perso la sua funzione formativa primaria, e la distinzione tra sapere e saper fare si è fatta ancora più netta e invalicabile. Il sapere è stato ulteriormente parcellizzato, competenze e nozioni tagliate su misura di un solo lavoro hanno portato ad un istruzione dequalificante per un futuro lavoro precario e dequalificato
Al contrario ciò che continuiamo ad asserire con forza è che la conoscenza non può essere recintata, la conoscenza è cooperazione, è condivisione dei saperi, è la ricerca di strade differenti per individuare le soluzioni migliori, ma è anche soprattutto l’elemento centrale di emancipazione e il vettore di libertà ed autonomia. La produzione intellettuale/cognitiva deve avvenire dunque in spazi aperti e reticolati e deve nutrirsi della pluralità di idee e punti di vista.