Repressione

Durante questo autunno abbiamo assistito ad un evidente incremento della criminalizzazione del movimento studentesco, con conseguente aumento delle misure repressive.
Questo processo non ha interessato solo la nostra città, ma è stato invece frutto di una volonta politica precisa, quella di evitare ogni possibile momento di confronto (si veda la scelta di annullare il vertice sulla disoccupazione che si sarebbe dovuto tenere a Torino l’11 luglio) e, laddove ciò non fosse risultato possibile, di soffocarlo (fisicamente e mediaticamente).
La repressione del movimento studentesco, in realtà, non è che un tassello nel disegno di totale scavalcamento della volontà collettiva che il governo sta portando avanti, dal Jobs Act allo Sblocca Italia alla Buona Scuola. Possiamo leggere le reazioni della polizia o dei presidi alle occupazioni dell’autunno come il tentativo di eliminare ogni forma di alternativa possibile rispetto alla scuola che propone il governo, quasi per dimostrare che non c’è un’alternativa che sia praticabile. Non si tratta di scelte contingenziali, legati alle singole scuole o ai singoli presidi: si tratta invece della messa in atto del potere assoluto che il preside acquisirebbe con la Buona Scuola, della riproduzione in piccolo della torsione autoritaria e antidemocratica del governo Renzi.
Sul piano locale, abbiamo avuto diverse reazioni all’ondata di occupazioni. Se in provincia gli sgomberi sono stati più frequenti, in città sono stati i Presidi a voler affermare il proprio pugno di ferro, con varie modalità ma con un intento comune: fermare il movimento attraverso lo strumento della paura o del ricatto.
Non sono mancate le minacce di sospensione, di 5 in condotta, come però succede spesso anche in occasione delle mobilitazioni. Ma quest’anno in diverse scuole i Presidi si sono spinti oltre, sospendendo gli studenti fino a 15gg e arrivando come nel caso del Salvemini alle denunce personali.
Questo dato non si può leggere che in un modo: ad un movimento studentesco che cresce in partecipazione e rivendicazioni non si risponde sulla politica, ma si reprime. Non ci si confronta, ma ci si appella piuttosto alla “legalità”, non volendo scorgere l’immensa distanza fra quest’ultima e la giustizia sociale. Condannare le occupazioni in quanto illegali è stato l’unico appiglio di quei presidi o quei giornali già schierati dalla parte della scuola verticista e autoritaria della Buona Scuola.
Alla reazione dei presidi, infatti, va affiancata anche quella dei media, che spesso sono stati in grado di riportare solo falsità (rispetto alle occupazioni ad esempio, descritte come la trasformazione delle scuole in luoghi di perdizione), o di oscurare totalmente quanto si produceva nelle scuole occupate e in generale cosa faceva il movimento studentesco.